Chi non conosce il dialetto aretino si troverebbe in difficoltà nel capire il significato delle parole e anche quella fonetica che cambia vocalità a secondo delle consonanti. Prendete ad esempio la parola diévolo che sarebbe il diavolo per i nostri nonni, era il ghiévolo con una gutturale alla tedesca. Nella Valdichiana esisteva l’uso di ripetere una parola che insisteva sul contenuto. In quel “telaio detto, telaio…” c’era il rafforzativo per dirti che le cose te le avevo dette e ripetute diverse volte (telaio).

Certe espressioni dialettali sono soltanto aretine come il citto, la citta, i mei cittini per dire un ragazzo, un figlio mentre nel dialetto umbro il citto  e chiamato fregno, guaglione in napoletano, puteo per i veneti. Ma una volta che il citto è cresciuto, è chiamato anche bordello forse dall’usanza tipica giovanile di frequentare certi ambienti.

Alcuni termini ancora in uso nel dialetto aretino.

Il dialetto aretino usa un linguaggio onomatopeico vale a dire attraverso i suoni evoca ciò che esprime in parole. Quando c’è un forte temporale, si dice “hai sentito che baturli“. Dicendo baturlo metto in evidenza il forte fragore del fulmine e in quel momento scatta anche la raccomandazione: “Segnati che balena” e se balena verso l’Arno, mio nonno diceva che “non balena indarno” quindi la pioggia è assicurata.

 Il dialetto aretino rischiò a suo tempo di diventare lingua nazionale con Fra Guittone di Arezzo (1230-1294), ma poi venne Dante Alighieri che scrisse la Divina Commedia nel dialetto fiorentino. Se avesse usato invece la lingua dei dotti, avrebbe dovuto scriverla in latino come si scrivevano i libri a quell’epoca. Ma senza andar lontani i miei libri di teologia fino alla metà  degli anni ’60 erano scritti in latino, ricordo che quando frequentavo l’Università Lateranense il Rettore Magnifico che si chiamava Piolanti le sue lezioni le faceva in latino perché eravamo preti convenuti da tutte le parti del mondo e il latino era ed è anche oggi la lingua ufficiale della chiesa, i documenti pontifici, le encicliche sono scritte in latino cosi non si fa torto a nessuna nazione. 

Uno dei nostri poeti più dialettali e briosi è stato Antonio Guadagnoli (1798-1856), che per molti aretini è solo una strada di città  che fa angolo con Via Giotto. Nel nostro linguaggio dialettale le parole che contengono la vocale “a” diventa “é” probabilmente per influenza francese per cui il pane è péne, il formaggio è chécio, la casa è la chésa, il cane è il chéne, la scala la  schéla. E poi quando si malediceva qualcuno gli si augurava un bruttoméle.

Mettendo insieme queste parole dialettali il mio amico Pietro raccomandava al figlio Gino: “Butta un po’ de péne a quel chéne per vede’ se smette d’abaiére“. Una mia vicina di casa che da bambino vi aveva preso a “burgiulucco” e la mattina si svegliava presto al “gumbrigliume” desiderava venire in chiésa perché secondo lei doveva avere il “ghiévolo adosso” ma non poteva perché aveva paura di “barullére le schéle“. In quell’espressione del barullére c’era tutta la dinamica di una caduta rovinosa. 

Gli aretini sia per carattere sia per costituzione sono stati sempre faceti cioè portati allo scherzo e anche al dileggio. Tra questi il più celebre è stato Pietro Aretino (1492-1556), che scriveva in modo canzonatorio: 

Io sono l’aretino Tosco – di tutti dissi mal fuorché di Cristo – scusandosi col dir: Non lo conosco .

Contrariamente come aveva scritto, fece una morte pienamente religiosa. Ci rivediamo a settembre: buone vacanze a tutti!!! 


LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

*

code