Il cemento, come lo conosciamo oggi, è un’invenzione relativamente recente, ma la sua ampia diffusione è posteriore alla Seconda Guerra Mondiale. E prima come muravano? I più poveri legavano le pietre dei muri delle loro case (ma anche delle chiese e degli stessi castelli!) con la terra. Gli altri con due leganti idraulici che hanno fatto la storia delle costruzioni, dai romani in poi: la pozzolana e la calce.
 
Nella nostra Valdichiana c’erano (ci sono) parecchie aree collinari che hanno la struttura geologica in pietra più o meno calcare. Era pertanto facile reperire le pietre che poi venivano inserite in speciali forni e dopo una cottura piuttosto lunga e laboriosa, venivano tolte e vendute ai muratori, i quali le “spengevano” su vasche d’acqua, dove per reazione chimica queste pietre diventavano una poltiglia biancastra che unita alla sabbia veniva usata quale legante per tenere insieme pietre e mattoni.
 
In varie parti della Valle ci sono microtoponimi che fanno riferimento a questa attività: Calce, Calci, Calcinaia, Calcinaiuola, Fornello, la Fornace (anche se in questo caso spesso si tratta di fornaci per laterizi). E infatti, in parecchie zone pedecollinari, sopra gli oliveti, ma ai margini dei boschi, c’erano queste fornaci per la calce. Chissà quanti di voi andando a cercare asparagi, funghi o a passeggiare, hanno visto strane fosse e non se ne sono dati una spiegazione. Anni fa, con l’aiuto di tante persone amiche, che mi hanno indirizzato, ne ho reperite diverse in località del cortonese, del castiglionese e della Valdichiana aretina.
 
Fornace per la Calce in Loc Ottavo Vecchio
Una delle fornaci per la calce di Ottavo Vecchio (Arezzo)
Le fornaci per la calce più vicine a noi erano ad OTTAVO VECCHIO. Esse me le ha segnalate l’amico Alberto Marchi di Rigutino. Si tratta di tre fosse collocate in una località posta sopra le case di Ottavo Vecchio, a nord-est dell’abitato, poco dopo la fine degli uliveti lungo un sentiero che costeggia un ruscello. La prima di queste, la meglio conservata, ha un diametro alla bocca di più di tre metri, va allargandosi verso il basso assumendo una forma a sferoide o perlomeno troncoconica; verso ovest aveva uno stretto cunicolo di accesso lungo circa 5 metri, parte in trincea. La profondità non è calcolabile per intero in quanto la parte più bassa è ancora nascosta da terriccio e pietre ma, vedendo le proporzioni dello scavo e confrontandole con altri manufatti simili, si può ipotizzare una profondità totale che va dai 5 ai 7 metri. Lo scavo è stato eseguito in parte nella roccia ed in parte nel terreno; dalla parte ovest esso era delimitato da un muretto di pietre che ne completavano la circonferenza là dove mancava la roccia. L’interno appare molto arrossato dall’azione del fuoco, con delle piccole aree quasi vetrificate a testimonianza delle alte temperature raggiunte. Si notano tracce di arrossamento anche nell’area circostante l’imboccatura superiore; quest’ultima era costruita in pietre, per un basso spessore, forse per evitare piccoli franamenti di terriccio. Inframmezzati alla terra arrossata delle pareti vediamo piccoli inclusi e venature di colore bianco come fossero particelle di calce.
 
Non ci sono (vi abbiamo fatto ripetute ricognizioni) nella zona circostante frammenti di vaso o scarti di lavorazione che facciano pensare ad una fornace per materiali fittili, del resto anche la struttura appare subito diversa da una fornace per le terrecotte a chi ha un minimo di conoscenza dei sistemi di produzione delle ceramiche e delle terrecotte: nella fornace il cunicolo laterale è posto più in basso, inoltre sopra il forno vero e proprio una struttura a volta (o comunque un ripiano) delimita la camera di cottura in cui viene collocato il materiale da cuocere.
 
All’intorno di queste tre fosse di Ottavo Vecchio ci sono filoni di pietra calcarea che spuntano dal terreno, inframmezzando le numerose arenarie; lo stesso ruscello presenta notevoli concrezioni che ci dicono di un’acqua ricca di calcare. Strutture analoghe a queste, come ho detto, sono presenti in varie località della Valdichiana, a cominciare dalla vicina area di Castiglion Fiorentino.
Fornace per la Calce
Schema di fornace per la calce. Da: Jean Pierre ADAM, L’arte di Costruire presso i romani, edizione italiana, Milano 1990, p. 72. A – apertura per l’immissione della legna B – Ingresso aria fresca ed evacuazione delle braci e ceneri C – Foro di ventilazione D – Camera di combustione E – Rivestimento F – Sfiatatoi per la fuoriuscita del fumo (da 8 a 14) G – Copertura H – Pietre calcaree I – Altre pietre da cuocere J – Riserva di combustibile K – Setaccio per la brace (per riprendere i frammenti di pietra caduti e quelli incombusti dei carboni) L – Il fornaciaio
Queste strutture, le cui tracce si ritrovano in gran parte dei paesi mediterranei, hanno avuto le stesse caratteristiche per più di due millenni. Infatti, Catone nel “De Agricoltura” scriveva a proposito delle fornaci per la calce: “. . .il forno sia largo 10 piedi ed alto 20 (rispettivamente circa m. 3 e 6, n. d. a.); sulla sommità riducete la larghezza di 3 piedi. Se per cuocere usate una sola bocca, allora sistemate una grande cavità all’interno, tale da contenere la cenere, così che non ci sia bisogno di tirarla fuori. . .”.
 
In queste cavità venivano sistemate perimetralmente le pietre calcaree, in vari strati, fino in cima. Poi, nel vuoto al centro veniva messa della legna. La parte sommitale della fornace, che fuoriusciva dal piano del terreno, veniva coperta con la terra, lasciando alla base alcuni piccoli fori, quali camini per far uscire il fumo. Quando tutto era pronto, veniva acceso il fuoco e alimentato per più giorni con piccoli pezzi di legna, pigne, scope, ramoscelli, noccioli, l’importante era far rimanere alta la fiamma. Poi venivano chiusi la bocca di alimentazione e i “camini” e si attendeva qualche giorno affinché le pietre si raffreddassero. A quel punto potevano essere vendute ai muratori.
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Cultore di archeologia e storia locale, da molti anni si interessa specificamente delle vicende del passato della Terra aretina. Autore di molteplici indagini storiche per i quali ha ricevuto vari riconoscimenti; nel 2019 è stato elogiato dal Presidente Mattarella per la storia di Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi, i due partigiani che il 29 giugno 1944 sventarono la strage di 209 civili alla Chiassa. La sua ultima pubblicazione è "Una lira per tre vite. Il massacro di Sante e don Giuseppe Tani e di Aroldo Rossi tra paure, inganni e tradimenti” del 2020.