Quanto ci dice a noi poveri uomini di poca fede, l’esperienza di Gesù al Getsemani! E’ arrivato il momento: Gesù-Dio se ne accorge, sa che ormai non deve più sfuggire ai capi d’Israele, scribi e farisei, sa che il tempo del Suo sacrificio sta arrivando rapidamente. Ma ecco, in Gesù ora più che mai si fa sentire la Sua “umanità”.

E’ questo il momento in cui Gesù sente esperienzialmente l’appartenenza all’umanità; comprende in pieno la debolezza insita in questa creatura così particolare. Egli comprende l’avvicinarsi di una situazione tragica, terribile; si accorge che non vuole soggiacere alla morte terrena che si avvicina ineluttabile. Ecco, nel Gesù che soffre nel Getsemani vediamo non la divinità, ma l’uomo-Gesù più simile finalmente a noi, più bisognoso, lui che sempre dà, di aiuto: come noi, come ognuno di noi. Ed allora sentiamo di amarlo di più, ora che chiede di poter scansare, come noi, il sacrificio totale, ora che è triste, consapevole della tragedia che incombe. Ma è pur sempre divino e pur nello sconforto umano, accetta, ubbidisce alla volontà del Padre, rinuncia ad insistere perché sa che Lui è venuto per quella missione; Lui è il salvatore dell’umanità, ad ogni costo personale.

E’ questo che ci insegna Gesù nel Getsemani: l’uomo è debole perché è di carne, ma è anche forte dell’amorevole presenza di Dio che viene in noi, che ci divinizza, ci rende partecipi della salvezza eterna ad opera del Figlio che ci fa fratelli e quindi figli di Dio. Gesù dunque sperimenta appieno nel Getsemani la debolezza umana e si mette nei nostri panni. Dire a Pietro e ai compagni addormentati che non sono riusciti a vegliare con Lui nemmeno un’ora, sa tanto di partecipe constatazione piuttosto che di vero rimprovero. E noi, sappiamo restituire un po’ del Suo amore a Gesù? Riusciamo a vegliare un po’ con Lui, siamo capaci di assimilare il Suo insegnamento, cerchiamo con tutte le forze di metterlo in pratica?

Abbandoniamoci fiduciosi in Lui, adoriamolo, agnello sacrificale, sulla Croce, sappiamo piangere i nostri tradimenti come Pietro e come lui chiediamoGli di aiutarci a portare, non a scansare, ognuno la nostra croce.

                                                              Marcello Mazzi