La sensazione che mi è rimasta addosso da “Il Grido dei Penultimi” di Mario Adinolfi è che sia un’opera di dolore e d’amore, che poi in fondo sono la stessa cosa, di quel “sottile dispiacere” che prova soltanto chi ha a cuore la vita dell’altro, specialmente quando patisce ingiustizie. Chi vuole, discostandosi da un mainstream allineato e ideologizzato, dare ascolto e voce ai “penultimi”, ai milioni di italiani in difficoltà, con il fiato corto ora più che mai a causa della crisi economica e sociale che il Covid-19 ha provocato: cittadini svuotati, soli, ancora più poveri e abbandonati. Questi sono i penultimi di cui nessuno raccoglie l’urlo spento.

Di alcuni “penultimi” l’autore ne racconta la storia. Intervistando Francesca, figlia del magistrato Pietro D’Amico che ha effettuato il suicidio assistito in Svizzera, affronta la tematica della mistificazione oggi sempre più subdola sull’eutanasia, dove interessi economici e miopi posizioni ideologiche inquinano le coscienze negando di fatto il valore assoluto della vita. Poi ci sono Luca e Maria con i loro 10 figli in missione nella secolarizzata Olanda, che testimoniano il clima culturale ormai diffuso in quel Paese, che giustifica la soppressione di vite non produttive, o che comportano l’assunzione di rilevanti costi economici da parte della società, finanche di bambini. Con la vicenda di un altro Mario, ex deputato cattolico, papà di cinque figli, che ha rischiato di morire per il coronavirus, viene messa in evidenza la grave situazione dell’assistenza sanitaria pubblica in Italia, che la pandemia ha rivelato, a causa delle politiche degli ultimi decenni che hanno gravemente depotenziato le capacità di risposta del servizio sanitario nazionale. Infatti egli è vivo grazie a Dio e al respiratore di cui ha potuto fruire al posto di un paziente più anziano, la cui vita è stata di fatto sacrificata.

Sono tutti coloro che sono andati in reale sofferenza dopo la crisi legata al Coronavirus e che non hanno l’attenzione dello Stato e dei mass media, poichè mancano dell’ ”empatia sociale“, ovvero non ispirano interesse e solidarietà.

L’autore contemporaneamente, con il suo stile diretto e autoironico, tipicamente romano, ci confida passaggi e momenti cruciali della vita della sua famiglia di origine. E così conosciamo in qualche modo suo papà Ugo, aspirante attore poi divenuto impiegato dello Stato, la mamma Louise australiana d’origine e testaccina per amore, che si è dedicata totalmente alla famiglia rinunciando ad un lavoro in ambasciata ben retribuito, e la sorella Ielma di cui ci racconta la tragica morte per suicidio.

Mario Adinolfi vuol dare parola alla sofferenza dei penultimi che non fa ascolti, che non fa figo, che non è patinata, e resta perciò quasi sempre fuori dai salotti tv, perennemente assente dalle scrivanie dei governanti. Un grido inascoltato, solitario, strozzato. Dare volto a tutti i disgraziati “non instagrammabili”, che non rientrano nelle categorie protette in voga ai giorni nostri, nella tipologia di vittime per cui ci si indigna epidermicamente perché altrimenti non si è graditi, per cui si scrivono tweet formalmente accorati, per cui si piange di fronte alle telecamere.

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