Transitando per la SR 71, a nord di Vitiano si incontra una discesa con accanto un gruppo di case intimamente “abbracciate” tra loro, costrette tra la strada e il Rio di Vitiano. Quel gruppo di case si chiama IL GHETTO e la discesa è “la scesa del Ghetto”.

Quanti studiosi di vicende toscane e in particolare della Nazione Ebrea, mi hanno contattato per chiedermi se quel toponimo, che tanto fa pensare ad un luogo di segregazione di famiglie israelite, avesse un qualche riferimento agli Ebrei! Sarà così? Vediamone la storia.

La prima volta che quell’area compare nei documenti, è nel celebre Catasto della Repubblica di Firenze, risalente agli anni 1427-1430. Tra le Portate dei residenti nel Comune di Vitiano, troviamo Grigoro d’Agnolo, che dichiara parecchi beni fondiari ed ha un valsente notevole, uno dei più alti tra i vitianesi, pari a ben 122 fiorini. Grigoro tra le altre cose dichiara:

Un pezzo di terra posta lo piano di Vitiano vocabolo del TOPPOLINO, terreno a vigneto e lavorativo diviso per fossato, a lato la ‘Strada primera’, a lato la via del comune da due lati, a lato al fiume […] ave tra i detti beni uno MOLINO a ACQUA, frutta l’anno a TEMPO DE PACE staiora 6 di grano (fiorini 14). Ave lo DETTO LUOGO una CASA per suo abitare con una casella …

Il Ghetto nel Catasto Granducale del 1823. Si notano sei particelle nel gruppo di case attaccate e il Molino a nord, con il suo “baregno” tra la via del Barbino e il fabbricato. A sud della Strada Regia c’è un fabbricato di cui parleremo più avanti.

Prudentemente, Grigoro ha una casa anche all’interno del Castello di Vitiano e una camera in un’altra casa sempre all’interno del fortilizio; ovviamente come dichiarano altri vitianesi con abitazioni alla “Villa” e nel “Castello”, quest’ultima serviva “per quando fusse GUERRA”.

Da questo interessante documento, veniamo a sapere che nel Quattrocento l’area che oggi si chiama Il Ghetto era denominata TOPPOLINO. Toppolino è un piccolo “toppo”, cioè un lieve rialzo tondeggiante del terreno, un montoncello. E infatti, al Ghetto c’è un rialzo di terreno tanto è vero che anche la SR 71, pur essendo stata scavata ripetutamente per addolcirne la pendenza, presenta una salita/discesa.

Dunque, al Toppolino nel 1427-30 c’era già, come c’è oggi – seppur in disuso da circa un secolo – un MOLINO ad acqua, che utilizzava l’acqua del Rio di Vitiano, appositamente convogliata tramite una “reglia” che aveva origine subito dopo la cascatella oggi detta “del Buresti”. La “reglia” portava l’acqua in un “baregno” situato tra l’odierna via del Barbino (fino all’Ottocento detta via di San Martino) e il molino stesso. Dal “baregno”, tramite una canalizzazione provvista di saracinesca, l’acqua andava a far girare le pale del “rotécéne”, che a sua volta trasmetteva il moto alla mola superiore, trasformando in farina il grano e gli altri cereali.

Il Ghetto venendo da Castiglion Fiorentino
Il Ghetto venendo da Castiglion Fiorentino. Dietro la siepe c’era un tempo il “baregno” del Molino di Mencuccio.

Il molino, uno dei 5 costruiti lungo il Rio di Vitiano, era importante e facile da raggiungere, avendo la Strada accanto, ma la strada diventava fonte di pericoli in tempo di guerra e il passaggio di soldataglie faceva sì che spesso al povero molino venissero procurati danni, anche seri. Ecco perché il buon Grigoro, nelle sue Portate annota che quella rendita si riferisce al tempo di pace.

Comunque, Grigoro d’Agnolo aveva cinque figli, di cui due (Agnolo e Vanni) sposati. Anche il fratello Cristiano abitava con Grigoro, in tutto 9 persone!

Bisognerà attendere circa un secolo per ritrovare accenni al Molino che fu di Grigoro. Infatti, nel primo libro delle Tasse dei Molini, risalente al periodo 1525-1533, a carta 78 troviamo un “Molino alla STRADA” che è proprietà di Bernardino di Antonello di Vanni. E Vanni non è altri che il secondogenito di Grigoro d’Agnolo, confermandoci che la medesima famiglia aveva ancora la proprietà del molino.

Il Ghetto di Vitiano, venendo da Arezzo
Il Ghetto di Vitiano, venendo da Arezzo. L’edificio in pietra, a sinistra, è l’antico Molino di Mencuccio, già esistente nel 1427.

Comunque, dal libro delle Tasse sappiamo che dal 1528 al 1534 il molino non ha macinato perché guasto e per testimoniare questa inattività ha sottoscritto Piero di Iacopo Albergotti. Per rimanere fermo per tanti anni, due sono le possibili spiegazioni: o un grave danneggiamento o dei problemi al proprietario.

Probabilmente, la spiegazione valida è la seconda. Infatti, il molino nel 1534 fu acquistato da Menco di Luca di Agnolo da Vitiano, detto “Mencuccio”. Ce lo testimonia il Libro n. 1 delle Tasse dei Molini, dove a carta 202 troviamo:

Menco di Luca di Agnolo ha un molino alla Strada el quale molino era di Bernardino di Antonello di detto luogo

Al 1536 risalgono i primi pagamenti delle tasse da parte di Mencuccio, a testimonianza che il molino era stato riparato e aveva ricominciato a macinare. Menco di Agnolo lo ritroviamo anche nel Catasto del 1558 e possiede ancora il molino ad acqua con un palmento “detto il Molino di Mencuccio, posto alla STRADA”. Ha anche un terreno che confina con la via di San Martino, oggi via del Barbino. Quindi, Menco ha dato il nome al Molino, ovvero il suo soprannome, Mencuccio. Inoltre, da questo Catasto vediamo che la zona non viene chiamata più Toppolino, ma ha acquisito il nome de “La Strada”, a causa dell’importante arteria stradale limitrofa agli edifici. Già, ma la Strada Regia o Maestra c’era già da secoli e secoli, e allora? Allora, nel frattempo erano verosimilmente sorte alcune abitazioni vicine al molino a dare importanza al luogo e siccome esse erano limitrofe alla Strada, da essa presero il nome: le case della Strada.

Il nome “di Mencuccio” rimarrà per parecchio tempo all’opificio, ma non la struttura, che poco dopo il 1558 passerà in proprietà a Biagio di Antonio da Vitiano. Ma il molino non macina, perché nuovamente guasto nel 1560 e 1561. Nel 1566 lo acquista Iacopo di Giano di Piero, un membro della famiglia Giannini che darà vita ad un nuovo albero famigliare, che prenderà prima il soprannome e poi il cognome di ROSSI. Iacopo di Giano possedeva già almeno fin dal Catasto del 1558 un terreno adiacente “al molino di Mencuccio”. Il molino di Mencuccio rimarrà per parecchi anni in proprietà dei Rossi.

A Iacopo subentrarono nella proprietà del molino i suoi discendenti. Dal 1585 al 1613 compare Cristofano di Luca Rossi, poi Luca di Cristofano Rossi e in seguito, dopo la metà del XVII secolo, compare Gio Batta di Santi Rossi. Questo Gio Batta di Santi di Cristofano Rossi lo troviamo anche nel Catasto del 1672, dove tra le altre proprietà dichiara una casa con accanto un:

. . .molino da grano, confina: a Levante e Tramontana con il Fiume di Vitiano, a Ponente con la via Romana, a Mezzogiorno con la via di San Martino e Santi Roggi

Da questo Catasto abbiamo la prova che ancora nel 1672 nella località già chiamata Toppolino, all’epoca chiamata La Strada e successivamente il GHETTO, tutta la vasta particella apparteneva al medesimo Rossi, ma Gio Batta Rossi non abitava nel suo molino, bensì per la via dei Rossi, nel fabbricato in fondo alla via dell’Arco. In famiglia erano ben 16 i componenti.

(Continua)

Roberta M. L. Rapini, ecco la storia del Ghetto!