Nel medioevo a Farneta di Cortona (AR) c’era un’importantissima Abbazia, che poi nei secoli era decaduta e ridotta a chiesa parrocchiale. Quando negli Anni Trenta del Novecento vi fu mandato quale parroco Don Sante Felici, iniziò la «rinascita» dell’edificio abbaziale e dell’intero territorio. Don Sante, che si definiva “l’ultimo etrusco”, effettuò scavi archeologici e paleontologici, restauri, ricerche storiche e pubblicazioni e riuscì a far ottenere al parroco «pro tempore» di Farneta il titolo di Abate. Tra le tante scoperte fatte da Don Sante, voglio qui ricordare la matrice per fondere crocifissi di epoca longobarda. Si tratta di una pietra molto dura, ritrovata in un oliveto vicino all’Abbazia nel 1942, che su un lato ha scolpito il negativo di un crocifisso portativo (da appendere ad una catenina, una collana o una spilla) e sull’altro lato il negativo di un orecchino e un anello.

Don Sante Felici - Abate

Il crocifisso è composto da una croce con le quattro braccia uguali. Al centro c’è il Cristo, di forma molto stilizzata, con testa piuttosto allungata e a pera rovesciata, con gli occhi a rilievo, quindi ben aperti, a significare il «Cristo Triumphans». Si notano le costole, le mani aperte, le gambe parallele con due chiodi sui piedi. Sopra la testa c’è un accenno di scala.

Per la datazione ci è utile il Canone 82 del Concilio Ecumenico di Costantinopoli del 692, detto anche il Concilio «in Trullo» dal luogo dove si svolse. In questo canone si afferma:


«In certe riproduzioni di immagini sacre il Precursore è raffigurato mentre indica col dito l’agnello. Questa rappresentazione fu assunta come simbolo della Grazia. Essa era una figura nascosta di quel vero Agnello che è Cristo, nostro Dio, rivelato a noi secondo la legge. Avendo dunque accolto queste figure e ombre come simboli della verità trasmessa dalla Chiesa, preferiamo oggi la grazia e la verità stesse come compimento di questa legge. Perciò, per esporre con l’aiuto della pittura ciò che è perfetto, decretiamo che d’ora in poi Cristo, nostro Dio, sia rappresentato nella sua forma umana e non nell’antico agnello  »

Quindi, se all’inizio nelle croci ci veniva raffigurato l’Agnello e solo dal VI secolo troviamo rarissimamente Cristo in forma umana, dopo questo Concilio, prese maggior diffusione la realizzazione di Crocifissi e pertanto, considerando le caratteristiche stilistiche e artistiche del Crocifisso di Farneta, lo possiamo datare all’VIII secolo, quindi alla fase terminale della dominazione longobarda.

Don Sante portò la matrice ad un orafo e fece fondere alcuni CROCIFISSI in oro dei quali uno se lo mise al collo e gli altri li regalò ad alcuni amici, come Mons. Angelo Tafi. Don Sante era affezionatissimo al suo «Crocifisso», che chiamava “il mio reperto del cuore” e lo portava sempre, mostrandolo a visitatori, giornalisti e storici che andavano a visitare la “sua” Abbazia.

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di Lucio Bigi
Cultore di archeologia e storia locale, da molti anni si interessa specificamente delle vicende del passato della Terra aretina. Autore di molteplici indagini storiche per i quali ha ricevuto vari riconoscimenti; nel 2019 è stato elogiato dal Presidente Mattarella per la storia di Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi, i due partigiani che il 29 giugno 1944 sventarono la strage di 209 civili alla Chiassa. La sua ultima pubblicazione è "Una lira per tre vite. Il massacro di Sante e don Giuseppe Tani e di Aroldo Rossi tra paure, inganni e tradimenti” del 2020.