Franco Villoresi

Si celebra quest’anno il centenario del pittore Franco Villoresi, nato a Città di Castello il 9 settembre 1920 da una famiglia benestante insediata a Roma da molti anni. A Roma frequenta il liceo e la facoltà di Giurisprudenza (che interrompe all’inizio della 2ª guerra mondiale), ed i suoi interessi sono rivolti alle lettere e al disegno. Dal 1939 collabora per la rivista “Prospettive” di Curzio Malaparte, come correttore di bozze e poi come redattore. Per arrotondare i suoi introiti scrive novelle per bambini, pubblicate sotto diverso nome.

Da molti anni colleziono varie tipologie di materiali e da una decina mi sono appassionato alla pittura e in particolare della pittura astratta. Tra i tanti artisti d’Arte contemporanea del Novecento italiano, Franco Villoresi ha catturato la mia attenzione.

     Nel 1940 scoppia la 2ª guerra mondiale, e nel ’42 viene chiamato alle armi ed assegnato ad un reggimento di artiglieria in Friuli, dove si trova al momento della disfatta. Il suo reparto è disarmato dai tedeschi. Villoresi si sottrae alla deportazione in Germania, con una fuga rocambolesca, rimanendo in Friuli ed unendosi ai partigiani. Tornato a Roma, nel ’45 incontra il pittore Mario Mafai, l’esponente più alto del neoimpressionismo tonale, che gli offre ospitalità nel suo studio (situato sopra l’abitazione di Trilussa), dando così inizio ad un sodalizio di vita e di lavoro; tappa fondamentale del suo percorso artistico. Ha rapporti intellettuali con lo scrittore Corrado Alvaro che incidono nella sua formazione umana. Nel 1946 partecipa ad una mostra collettiva nella quale figurano De Chirico, Capogrossi, Monachesi, Omiccioli, Turcato

Franco Villoresi alla fermata del bus

Ricordavo di avere uno o due quadri dell’artista, e cominciando a conoscerlo meglio ho apprezzato le sue tecniche varie, le figure, le maschere che si alternano agli olii e alle tempere ispirate ad un favoloso espressionismo; il grigio delle periferie e degli scali merci, i cortili delle fabbriche, i suoi anonimi personaggi sperduti nella nebbia, uomini ricurvi per la fatica, i treni, gli ombrelli sotto la pioggia.

Nel 1950 a Roma la sua prima mostra personale. C’è chi etichetta Villoresi tra i crepuscolari, altri lo inseriscono tra i tradizionalisti toscani, qualcuno addirittura tra i pittori della campagna romana. Mario Mafai con uno scritto che lo presenta in catalogo, assegna a Villoresi il posto giusto. Mafai riconosce che l’artista appartiene, come pochi, al suo tempo per l’intensità espressiva, il rigore pittorico e formale, la certezza morale.  “È diverso tempo che Franco Villoresi dipinge con tenacia e convinzione, senza fretta e senza darsi molto da fare; bisogna aggiungere che non fa parte di nessun gruppo, né è alleato a piccole massonerie o “équipes”, e cammina isolato con tutti i rischi e la fatica che comporta una simile posizione. Nelle sue tele c’è il sincero sforzo, direi quasi una ostinazione, di volere scoprire o meglio definire l’oggetto, non solo in un piano di rigore pittorico e formale, ma anche in quello di una certezza morale (…) Villoresi sta nella cultura di oggi e ci sta dentro fino all’osso: tonalismo, astrattismo, cubismo, tradizione toscana – ma è già un’altra cosa!”

     Nel 1954 il regista Vittorio De Sica lo presenta nel catalogo di una mostra che Villoresi tiene a Napoli:

«Direi che una certa affinità di inquadrature lega la mia arte a quella di Villoresi. In linguaggio tecnico cinematografico questo modo di inquadrare si chiama “campo lungo”. Il campo lungo permette di seguire il personaggio nelle vie, le piazze, la periferia di una città, o di un prato con più ampio distacco di quello che si possa ottenere con un primo piano. La figura si immerge nello spazio che la circonda, perdendo quello che di particolarmente fisionomico si potrebbe ottenere inquadrando solo la faccia; annullando nello spazio i bottoni che gli reggono il soprabito, il numero dei peli delle sue sopracciglia e limitandosi a mettere in rilievo quello che di essenziale esprime la sua andatura, che è ritmo, nel suo gesto, che è misura, nei rapporti coi suoi simili e con le cose »

Franco Villoresi abbraccio

La ​ pittura di Villoresi è ancora attuale e moderna, ancora oggi la troviamo nelle principali aste nazionali ed estere.

Giuseppe Ungaretti descrive così l’opera di Villoresi:

«. . .Preme tuttavia rilevare come nelle opere dipinte dal 1942 al 1956, l’artista abbia raggiunto una eccezionale «dimensione» poetica che immediatamente lo ha collocato tra le personalità più originali e autentiche dell’arte italiana. Le sue periferie così pervase da grigie atmosfere, nella sostanza simboleggiavano soprattutto uno struggimento interiore: lo stato d’animo, in apparenza quieto, ma nella realtà tormentato dell’uomo moderno proiettato in una situazione «esistenziale» aperta alle più strane contraddizioni. Ed a suo modo, con un linguaggio asciutto, estremamente calibrato, Villoresi alludeva alla condizione dell’«io», dell’individuo come tale, in contrapposizione ad una società che già si avviava ad essere annullata dal ritmo di un mondo meccanizzato. In contrasto con l’ipotesi di un simile evento, Villoresi anticipava i tempi, riproponendo con la sua pittura, in chiave squisitamente cromatica tutti i valori  della persona umana. Le stezze accentuazioni liriche l’artista aveva modo di mettere a fuoco nelle nature morte o nelle più varie composizioni ispirate sempre a schietti motivi figurativi. La realtà non era mai descritta, ma sempre resa nell’ambito di un’interiore evocazione. . . »

     Si susseguono le esposizioni personali in Italia e all’estero. Rimane a Roma fino al 1958 «. . .per poi stabilirsi definitivamente a Rigutino. . . (a Villa il Raggio, che fu dello scrittore Emilio Fancelli n.d.r.) Avrebbe voluto chiamare la località del suo eremo “Campo dei fiori“, in omaggio ai suoi trascorsi romani, ma il pittore Mino Maccari che era andato con lui in quel primo viaggio “all’estero” lo consigliò di lasciargli il nome di Sassaia, scorre meglio. È una valletta polizianesca tagliata da un torrente ricco di granchi, dopo il quale cresce una costa a viti che prosegue in una parete di bosco smeraldo. Quando si entra nell’aia del cancello alto e geloso, s’apre davanti appunto, un grande braccio verde, il bosco e i cipressi di tre secoli. A Rigutino canta il gallo e abbaiano i cani come ai tempi del borgo, ma non si assiste ad alcuna retrodatazione di ambiente, soltanto ad una reintegrazione per l’uomo del suo habitat naturale».

Franco Villoresi il treno

Delle opere di Villoresi se ne parlerà ancora a lungo e sarebbe importante che le istituzioni e le fondazioni ​ potessero organizzare, in questo centenario, qualche mostra. Apprezzo la sua pittura per come la percepisco io, e non essendo un critico d’arte, rischio perciò di vedere per emozione quel trasporto emotivo che ogni volta provo guardando le sue opere che sono riuscito a collezionare.

Le prime opere di Villoresi, le stazioni, le periferie cittadine, le piogge, le nature morte, contraddistinguono uno dei periodi più fecondi e poetici, che è stato definito “realismo lirico“.  Sperimenta le tecniche più varie e tutte le materie che si trova a portata di mano. Nelle “maschere” esprimere tutti gli aspetti della vita moderna, tutti i più vari personaggi, cogliendone i sentimenti più nascosti. Villoresi ha veramente una sua visione poetica della vita, visione in cui si intrecciavano molteplici elementi che egli sa poi dipanare in paesaggi,  figure o maschere. Non sempre è facile cogliere l’interiore forza di certe maschere fatte di collages di ogni genere, di sabbia, di stoffa o di altre materie che sembrano non avere trovato sufficiente equilibrio ed omogeneità.

«È vero, Villoresi non è un pittore facile perché alla sua arte bisogna accostarsi con amore. Solo così si apprezza in tutta la sua grandezza »       (Renato Bertini)

     Sue opere si trovano nei Musei d’Arte moderna, italiani e stranieri e in collezioni di elevato livello artistico. Scompare prematuramente a Rigutino il 26 settembre 1975 ed il suo corpo riposa nel cimitero del nostro paese.