Appena imparai a leggere, riuscii finalmente a capire cosa significavano quegli strani segni, tracciati con il “minio” rosso, ma ormai un po’ sbiaditi, che stavano sul muro del vecchio forno di casa, oggi demolito. C’era scritto: “VIVA BARTALI”. Ma chi fosse questo Bartali lo seppi solo molto tempo dopo.
 
In casa mia, quando il discorso si posava su ciclismo e corse, sentivo parlare di ROGGI! Il Roggi aveva vinto questo; il Roggi aveva staccato quello; il Roggi era un fulmine. . . Insomma, questo Roggi doveva essere una specie di “dio” in bicicletta. E un giorno, conobbi anche il mitico Alberto Roggi. Anche perché, per uno di quei colpi di fortuna che da bambino attribuisci a qualche fata buona, il Roggi acquistò la casa del vecchio fabbro, alla Masina, a un tiro di “fionda” da casa mia. Incominciò a restaurarla e poi vi venne ad abitare.
 
Fu così che spesso, la domenica sera, assistevo al ritorno del Campione e l’infantile invidia mi rodeva nel vederlo scaricare la COPPA, ma ancor di più salami, prosciutti, pasta, piccoli elettrodomestici, medaglie, trofei, ed ogni altro ben di dio. Sentivo gli strilli di gioia dell’Alessandra, dell’Adriana e poi della Roberta. Sentivo anche la Menina, più compassata, che già studiava dove collocare gli oggetti e si preoccupava per qualche ammaccatura o sbucciatura dell’Alberto, segni tangibili della lotta per il Traguardo. Per spirito di emulazione, anch’io incominciai ad “allenarmi” per vincere qualche salame. Purtroppo, la sgangherata bici di mia mamma non era il massimo per far amare il ciclismo e quindi, passai ad altre passioni.
 
Alberto Roggi, classe 1921, penalizzato come tanti altri dalla guerra che ne interruppe l’attività, vinse 8 corse nel 1945, ben 18 nel 1946, partecipò al Giro d’Italia nel 1947, fu Campione Italiano degli Indipendenti nel 1949. Il suo soprannome ci dice tutto: “il Bolide”. Ripensando alla storia di Alberto Roggi e collocandola nel suo contesto ambientale e familiare, credo che ci sia del “miracoloso” nei risultati che ha raggiunto. Come spiegare, altrimenti, che un giovane agricoltore della campagna aretina, subito dopo la devastante Guerra, senza finanze familiari, senza grossi sponsor dietro, senza grossi appoggi di alcun tipo, sia arrivato a vincere il Campionato Italiano e tante altre corse, alcune davvero importanti? E di contro: dove sarebbe arrivato un atleta con il fisico, la volontà ed il sacrificio di Roggi se avesse potuto beneficiare delle attenzioni, della tecnologia, della dieta di oggi?
 
Il ciclismo attualmente ha perso molto del suo fascino e molti dei suoi appassionati, delusi dai tanti scandali e dai tanti casi di doping. Personaggi, anzi, “epici eroi” come Alberto Roggi ci testimoniano un ciclismo diverso, fatto di sacrifici, allenamenti, fatica, sudore, sopportazioni. Un ciclismo che fu di Bartali, di Coppi e degli altri corridori come Roggi, scolpiti nel legno delle antiche querce che popolavano i boschi della nostra Italia. Non i corridori ricavati nel pioppo e nel faggio e poi rivestiti in laboratorio di finte corazze che durano lo spazio di poche stagioni.
 
Chi non ricorda Alberto Roggi, già ultra-quarantenne, staccare i ventenni e tagliare il traguardo tra la folla plaudente? Anche qui, a Vitiano, quando Bruno Lucci (“Rodoni” per gli amici), Mario Orettie gli altri appassionati organizzavano l’annuale corsa ciclistica, spesso vinceva lui, il Roggi. E ricordo che un anno, dopo aver vinto alla grande, era tornato a casa in bicicletta. Poco dopo sentii un grande chiasso: “Roggi! Roggi! Roggi! Roggi!. . .” Andai a vedere, c’erano tutti i ragazzotti del paese (oggi sessantenni), che trasportando sulle spalle una specie di lungo tronco, rendevano omaggio al loro (nostro) idolo per la splendida vittoria. E l’Alberto trovava il tempo di allenarsi, fra un viaggio con l’ape carica di “lattoni” ed il quotidiano impegno nella piccola azienda agricola familiare.
 
Tempo fa pensavo che di sicuro Alberto Roggi è attualmente l’unico vitianese che si sia fatto conoscere e amare in tutta Italia. E ancora non conoscevo certe “chicche”, ritrovate di recente da quel fine e astuto “detective” della nostra storia, in special modo sportiva (ma non solo), che è l’amico Massimo Pulitini, abitante a Ottavo, ma originario di Rigutino (ci tiene a farlo sapere, chissà perché. . .). Massimo ha ritrovato cose impensabili, che ci parlano di un Alberto Roggi famosissimo per gli sportivi italiani. Pensate che in una raccolta di figurine ritagliabili dei 118 grandi CAMPIONI di tutti gli sport, di fine anni ’40, assieme a Coppi, Bartali, Mazzola, Meazza, Carnera, Nuvolari, Luis, Chron, c’è anche lui, il nostro Roggi! Infiniti gli articoli di giornale, le foto con personaggi famosi, i racconti di certi avvenimenti. Ma la cosa più caratteristica e curiosa, che il Pulitini abbia trovato su Roggi, è un articolo che ci parla di Alberto al Giro d’Italia del 1947 e proprio nella tappa che attraversò Vitiano. Sapete chi ne fu l’autore? Nientemeno che Vasco Pratolini. Sì, proprio lui, l’autore de Il Tappeto Verde, Cronache di poveri amanti, Metello, Lo scialo e il celebre Le ragazze di San Frediano del quale recentemente la RAI ha proposto un adattamento televisivo, che ha avuto un ottimo successo. Pratolini seguì eccezionalmente il Giro come cronista sportivo e pubblicò i suoi articoli (Cronache dal Giro d’Italia) su “Il Nuovo Corriere” di Firenze dal 24 maggio al 19 giugno 1947.
 
A sessant’anni di distanza da quel mitico giro, riproponiamo quella cronaca dedicata al campione Alberto Roggi dallo scrittore Pratolini, durante la tappa Firenze-Perugia. Due toscani veraci, due toscani passati alla storia.
 

* * *

LE BISTECCHE DI ROGGI

Su queste strade io, ragazzo, cercavo scampo alla mia irrequietezza. Ecco Valdarno, ecco Val di Chiana, conosciute come il fondo delle mie tasche adolescenti, pieni di sassi rosa pescati nella Sieve, di ramarri inchiodati sotto il calcagno negli stradali assolati del Cortonese, di fionde, di figurine colorate, di giornali sportivi e dispense poliziesche. Ho percorso avanti e dietro il fragoroso corteo del Circo, un poetico itinerario. Il giovinetto che a Rignano si era arrampicato su un palo del telegrafo e, come un ginnasta alla pertica, eseguiva l’esercizio della bandiera comunicando agli spettatori sottostanti i passaggi del gruppo, via via che si rivelava sui bassipiani della valle, quel ragazzo ero io.
 
Lui diceva: «Bartali!» diceva «Coppi! Ronconi» diceva «Lo vedo dalla maglia tricolore!» «Io no» dicevo. «È solo, è Girardengo, è Binda, lo vedo dalla maglia tricolore! È Linari!» dicevo. «È Ciaccheri, è Gestri. È il fiorentino Gino Balestrieri, solo anche lui, ma distaccato.»
 
I miei anni, tanti quanti quelli di Bartali e di Cristo, mi pesavano stamani come un’irreparabile senilità. Linari era quel signore elegantissimo, tutto argento alle tempie, che poco fuori Rovezzano alzava festoso la mano salutando il camioncino della Viscontea, su cui passava Belloni, personaggio anche lui di nostalgia. E Ciaccheri era quell’imponderata e spettrale figura umana che dal camioncino della Cozzi-Silger rispose con un mesto sorriso al mio grido di richiamo mentre ascendevamo le ultime rampe della Scoffera. Ma sport e nostalgia sono, compenetrabili l’un l’altro.
 
Se Ciaccheri o Balestrieri si mettessero oggi in linea, finirebbero un’ora dopo ad Ausenda. Le folle schierate lungo le case, ai margini delle strade, riderebbero di loro come ridono gli spettatori a un film tragico di Lyda Borelli o Alberto Collo. Ho buttato a fiume la mia malinconia insieme alla cicca della sigaretta. Le ho gettate in Arno passando da Figline, le ho affogate in un quarto di quello bianco bevuto in un’osteria di Arezzo.
 
Arezzo ha la sua gloria locale. Bartali, Coppi e gli altri padreterni occupano un cantuccino appena nel suo cuore, tutto invaso dal ragazzo solido e biondo che ha nome Alberto Roggi. Roggi è un contadino di frazione Vitiano, ha smesso da poco vanga e aratro per diventare di professione corridore. Da anni tutte le gare ciclistiche dell’Aretino finivano con una sua vittoria. Oggi sui muri, sull’asfalto, sui festoni stesi da casa a casa, per venti, trenta chilometri, c’era scritto Roggi. Ci siamo fermati al paese di Alberto. Amici recatisi fino a Firenze per salutarlo ci hanno detto di averlo trovato con davanti due bistecche che, per finirle, ci sarebbero voluti quindici giorni. Che Alberto possa meritarsi simili bistecche è per i suoi amici una testimonianza inconfutabile di meriti acquisiti. Agli amici Roggi ha dichiarato:
 

«Questi Bartali, questi Ronconi, credevo andassero più forte»

 
Giro d’Italia del 1947 alla curva di Vitiano
La Carovana del Giro d’Italia del 1947 alla curva di Vitiano (conosciuta come il Ghetto)
«In cinque tappe gli hanno preso appena una ventina di minuti!» hanno commentato i tifosi. Ma la salitina che porta al suo paese, ove perfino i fili d’erba che la costeggiano gli sono intimi e familiari, ha tradito Alberto, lo ha respinto dal primo gruppo in cui fino allora si trovava. Un piccolo dramma che non vi sarà difficile capire.
 
Per il resto è stata una tappa da pisolino, lo spettacolo ineffabile della natura goduto a una media di 33 all’ora. Il Trasimeno aveva un colore, un respiro d’aria indicibili, assoluti. Ce ne siamo riempiti gli occhi per mezz’ora. Quando siamo rientrati nel mare sonoro degli strombettii abbiamo trovato Serse sul margine della strada, con una smorfia in viso e la gamba slabbrata dall’investimento. Tratteniamo le parole che ci vengono alla penna per ripetere a Coppi junior la solidarietà e l’augurio che, a nome degli sportivi toscani, gli abbiamo espresso a voce.
 
Più avanti era avvenuto il fuggi-fuggi, la tempesta nel bicchier d’acqua per il premio d’arrivo. Viva Cecchi, gente di Monsummano! Un errore di rapporto gli ha impedito la vittoria, permettendo a Cottur di piantarlo sulla salita che conduce a Perugia. E vogliate tutti bene a Cottur, alla squadra che stasera è in festa, fuori di sé dalla gioia come una contrada che abbia vinto il Palio. Un Palio meritato.
 
Domani il Circo tocca la capitale, ma la mia ansia è più in là. È a Napoli, dove mi aspetta la mia bambina. Stasera, telefonando ai parenti il mio arrivo, ha voluto venir lei all’apparecchio. Mi ha chiesto:

«Cosa mi porti, papà?»

« Ti porto Bartali» le ho detto.

«Oh, brutto-Bartali!» lei ha detto.

«Portami la bambolina!»

Facciano in fretta i signori del Giro domani, ch’io sia in tempo a trovare aperto a Roma un negozio di giocattoli. Chi mi farà il favore di una bella fuga che acceleri l’andatura? Stasera, prima di coricarmi, busserò alla porta di Leoni e a quella di Bertocchi.
(Perugia, 30 maggio)
* * *
 
 
Roggi partì bene al Giro del 1947. Iscritto con la squadra Cozzi-Silger (assieme a Volpi, Fondi, Coppini, Pagliazzi, Landi e Monti), con il numero 69, nella prima tappa, da Milano a Torino, corsa il 24 maggio, arrivò quarto, staccando Bartali, Coppi, Ortelli e Ronconi che al dire del Pratolini arrivarono “quando la banda aveva già suonato”.
 
Nella seconda tappa, Torino- Genova, Alberto arrivò 33°, prima di Martini. La terza tappa, che andava da Genova a Reggio Emilia, lo vide arrivare con il gruppo, assieme a Bartali e Coppi. Nella quarta tappa, Reggio Emilia-Prato, arrivò 23°, precedendo altri corridori già famosi. Nella prima semitappa della quinta tappa, Prato-Bagni di Casciana, arrivò 10°, precedendo di poco il gruppo con Bartali e Coppi. Nella seconda semitappa, Bagni di Casciana- Firenze, arrivò 10°, con Martini. Ci fu poi la sesta tappa, Firenze-Perugia, che come raccontò Pratolini, vide Roggi soccombere ed arrivare 63°. Il fatto fu che nel vedere Serse Coppi lungo la strada ferito in uno scontro con un veicolo, influì sul suo morale e si attardò nel momento decisivo, mentre il gruppo fuggì via.
 
Si rifece il giorno dopo, durante la settima tappa, da Perugia a Roma, dove arrivò 11° assieme al gruppo con Bartali e Coppi. Purtroppo, durante la tappa Roma-Napoli, ebbe un incidente e fu costretto a ritirarsi. Il giro lo vinse poi Fausto Coppi che, nella tappa Pieve di Cadore-Trento, staccò tutti sul Falsarego e sul Pordoi, consegnandosi alla leggenda.
 
Comunque Alberto Roggi, ne avrebbe fatti ancora tanti di chilometri di strada. A migliaia. E avrebbe inanellato una lunghissima serie di vittorie, più o meno importanti, ma indispensabili a creare quel mito che ancora resiste in chi ha almeno qualche capello bianco oppure è davvero innamorato del ciclismo, quello vero.
 
Grazie Alberto, per tutte le soddisfazioni che ci hai fatto assaporare. Siamo in tanti a volerti sempre bene.
 
(Da “Il Giornalino”, periodico a cura del Circolo ACLI di Vitiano, n. 63, del giugno 2007)
Alberto Roggi, il Bolide
Alberto Roggi detto «Il Bolide»